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In occasione della giornata dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne, celebrata il 25 novembre, potrebbe essere utile rispondere ad alcune domande in merito a questo tema, al fine di chiarire i concetti base, che spesso vengono dati per scontati, ma sui quali sarebbe più che opportuno non sorvolare. Iniziamo a vederli insieme.

“Sentiamo tanto parlare di “violenza” ma quando possiamo definirla tale?”

L’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, la definisce come “uso intenzionale della forza fisica o del potere, o la minaccia di tale uso, rivolto contro se stessi, contro un’altra persona…che produca, o che sia molto probabile che possa produrre lesioni fisiche, morte, danni psicologici, danni allo sviluppo, privazioni”.

Nello specifico la Convenzione di Istanbul (11 maggio 2011) definisce “violenza nei confronti delle donne” una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata. Con violenza domestica ci si riferisce a tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima.”

E’ importante tenere bene a mente che i maltrattamenti, per essere definiti tali, non devono necessariamente essere compresenti ma susseguirsi nella “spirale della violenza” a cui ogni donna, vittima di violenza, viene esposta e sottoposta con continuità.

“Ma cos’è la Convenzione di Istanbul?”

Quella che viene chiamata comunemente Convenzione di Istanbul, altro non è che la convenzione del Consiglio d’Europa in materia di prevenzione e contrasto della violenza sulle donne, ovvero uno strumento giuridico importantissimo, approvato dal Comitato dei Ministri dei paesi aderenti al Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 e aperta alla firma dall’11 aprile 2011.

A cosa serve dunque? Essa definisce i provvedimenti da mettere in atto per affrontare la condizione di violenza ed invita tutta la popolazione a svincolarsi dai pregiudizi e stereotipi rispetto alle differenze di genere, al fine di raggiungere ed ottenere una parificazione ed un riconoscimento equo e reale dei diritti di tutti (uomini e donne).

“Spesso ho ascoltato i racconti di altre donne maltrattate e mi è parso di ritrovare un pò della mia storia nelle loro…mi chiedo come sia possibile se siamo persone così diverse.”

Come dimostrato da La ruota del potere e del controllo (strumento ideato tra gli anni ‘80-’90, finalizzato per il riconoscimento della presenza, da parte delle vittime, di una relazione violenta) le relazioni violente seguono una modalità d’azione della violenza che segue una strategia comune, tracciabile nella maggioranza dei casi, indipendentemente dalla cultura d’origine dei soggetti coinvolti.

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“Quindi violenza e conflitto sono la stessa cosa?”

Assolutamente no, in quanto la violenza, a differenza del conflitto, una volta agìta, lascia un segno indelebile a livello psicologico e provoca un danno irreversibile a livello relazionale. L’autore della violenza ragiona unicamente secondo il proprio punto di vista, identificando la vittima con il problema, facendola divenire l’autrice oltre che il problema stesso. Tendenzialmente, al fine di trovare un rimedio, l’autore della violenza tenderebbe a non scorgere altre soluzioni se non quella di colpevolizzare e colpire la vittima (in una o più modalità) al fine ultimo di raggiungere il soddisfacimento dei propri bisogni (psicologici, fisici, economici etc).

Il conflitto tende a sfociare in una relazione nel momento in cui non si affrontano le cose dal medesimo punto di vista ma i soggetti finalizzano le loro azioni e la discussione stessa, mediante la propria libera espressione, al confronto con l’altro, custodendo e preservando sia la relazione che la dignità propria ed altrui. Non vi sono dunque un carnefice ed una vittima, in quanto entrambi i soggetti cercano di utilizzare le proprie risorse per affrontare assieme il problema.

“Perchè in tanti oggi parlano di questo argomento? Non si starà forse esagerando?”

Secondo quanto emerso nel “Rapporto sulla violenza contro le donne, le sue cause, le sue conseguenze”, redatto per il Consiglio dei diritti umani dell’Organizzazione delle Nazioni Unite” (2012) la violenza in famiglia è una realtà molto più diffusa di quanto comunemente si possa pensare, ma poco denunciata: il 76% delle violenze in Italia avviene tra le mura domestiche ad opera di un ex partner, mariti, compagni o persone conosciute.

Per una donna arrivare a sporgere denuncia è un traguardo assai difficile da raggiungere a causa di svariati fattori, tra cui la paura e la vergogna, il senso di colpa, la speranza che non accada più e la fiducia nel cambiamento ed altro ancora…ma risulta essere fondamentale, per allontanarsi da un uomo violento, il poter avere la consapevolezza di essere vittima di violenza. È precisamente da qui che nasce la  personale determinazione e volontà di fuoriuscita e per tale motivo diviene fondamentale parlarne, divulgare informazioni corrette ed informarsi, affinché ciascuno possa arrivare a comprendere se e quando debba essere il caso di chiedere aiuto, per sè o per gli altri.

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