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La nascita di un bambino rappresenta uno degli eventi più importanti e significativi nella vita di una donna, ed in quanto tale anche uno dei più critici ed impegnativi in termini emotivi ed affettivi: per quanto straordinario esso sia, diventare mamma implica infatti un complesso processo di ristrutturazione della propria identità finalizzato all’acquisizione della funzione genitoriale, passaggio già di per sé delicato ma che può essere ulteriormente complicato da fatiche e difficoltà nella riorganizzazione del sistema famigliare e della relazione di coppia che l’arrivo di un bambino comporta. Se anche le altre figure di accudimento che gravitano attorno alla diade mamma-bambino possono risentirne in termini di stress, la neo-mamma appare indiscutibilmente l’individuo maggiormente vulnerabile al rischio di affaticamento e disagio, le cui manifestazioni possono presentarsi a diversi livelli.

Da tempo ormai è stato infatti dimostrato che i forti cambiamenti ormonali e l’elevato stress psico-fisico dovuti al parto ed alla gravidanza, oltre all’emergere di importanti responsabilità legate alla gestione del neonato, espongono la donna alla possibile comparsa di forme più o meno accentuate di problematiche depressive, spesso non dichiarate, non riconosciute, non condivise.

Il primo mese di vita del neonato rappresenta di fatto una fase estremamente complicata da affrontare, nella quale soprattutto la mamma si trova ad avere a che fare con innumerevoli fonti di ansia e stress nell’accudimento, ricevendo talvolta anche poca comprensione e scarso sostegno da parte della rete famigliare e sociale nella gestione di tale emotività. Non dimentichiamo a tale proposito l’importanza del supporto e della vicinanza delle persone care nell’agevolare il più possibile il processo primario di cura e permettere alla donna di vivere in condizioni di sufficiente tranquillità e stabilità la costruzione della relazione con il proprio bambino.

E’ senza dubbio difficile distinguere e riconoscere il limite fra l’elevato livello di stanchezza e spossatezza fisiologiche nei primi mesi successivi alla gravidanza e compromissioni più severe del tono dell’umore.

Inoltre, l’ideale di maternità diffuso all’interno della nostra società, che dipinge il parto come lieto evento e vuole la neo-mamma felice, radiosa e competente nel prendersi cura del proprio bambino, porta molte donne a vergognarsi e a nascondere eventuali vissuti di disagio e malessere legati a tale cambiamento, spesso anche pensando di essere le uniche a provarli. Ma si tratta davvero di un fenomeno che può essere trascurato?

No, soprattutto se pensiamo che solo una mamma serena potrà porsi da base adeguatamente protettiva e sicura nella crescita del piccolo, riconoscendone adeguatamente i bisogni e fornendovi una risposta coerente e sintonica. Viceversa, condizioni di forte stress e sofferenza nelle prime fasi di sviluppo del bambino, inducono alcune mamme ad essere iper-controllanti e dunque poco focalizzate sui segnali e sulle richieste reali del bambino, mentre altre ad essere trascuranti e deleganti nei confronti di altre figure di accudimento. Entrambe tali modalità hanno serie ripercussioni sullo sviluppo del neonato, predisponendolo alla comparsa di un ampio spettro di problematiche evolutive, fra cui compromissioni nello sviluppo cognitivo e motorio, disordini affettivi, emotivi e relazionali, intensa irritabilità ed inconsolabilità, disturbi del sonno e dell’appetito.

Si stima che circa il 70-80% delle donne alla loro prima gravidanza soffrano di una sintomatologia lieve e transitoria (denominata baby blues) connotata da sentimenti di tristezza, forte spossatezza, ansia ed irritabilità accompagnati da frequenti crisi di pianto: nel fenomeno del baby blues tali segnali hanno esordio 3-4 giorni dopo il parto e tendono ad esaurirsi nell’arco di circa una settimana. Talvolta, però, la sofferenza si protrae e persiste, con una durata variabile da qualche settimana fino ad un anno, generando una condizione patologica di maggiore gravità: si tratta della depressione post-partum, un disturbo che colpisce circa il 10-15% delle mamme in un arco di tempo compreso fra il terzo mese e il primo anno di vita del bambino e che non deve essere assolutamente sottovalutato.

Come riconoscerla? Quali sono i sintomi con cui si manifesta? All’interno di tale quadro clinico la donna sperimenta uno stato di persistente tristezza ed irritabilità, alterazioni del sonno e dell’appetito, un profondo senso di solitudine, agitazione diffusa, difficoltà attentive e mnestiche, perdita generalizzata di interesse nel fare le cose, forte senso di inadeguatezza nel prendersi cura del piccolo, oltre che disinteresse verso quest’ultimo e, nelle condizioni patologiche più estreme (psicosi post-partum), paura di fargli del male e fantasie aggressive. La ricerca scientifica ha individuato una serie di fattori di rischio per l’emergere di tale problematica: aver sofferto di ansia e depressione in gravidanza o in precedenza, avere familiarità per i disturbi psichiatrici, aver recentemente subito eventi traumatici (lutti, separazioni), non poter godere di un adeguato supporto da parte della rete famigliare e sociale, soffrire della sindrome premestruale o di disturbi della funzionalità tiroidea. Sembrerebbe infine che anche condizioni particolarmente critiche e negative del parto possano rappresentare un fattore predisponente, ma tale aspetto non è stato ancora sufficientemente approfondito.

Dunque cosa fare? Come intervenire? Esistono dei particolari accorgimenti che si sono dimostrati utili nella prevenzione di tale disturbo, quali: assicurarsi un adeguato riposo nelle settimane successive al parto, mantenere una relazione di coppia positiva e collaborativa, assumere un’alimentazione completa ed equilibrata, farsi aiutare da parenti ed amici nell’assolvimento delle mansioni quotidiane, svolgere regolarmente dell’attività fisica. Nei casi di depressione post-partum già conclamata è invece fondamentale rivolgersi per tempo ad uno specialista (medici di base, psicologi, psichiatri), che valuterà il tipo di terapia (psicologica e se necessario farmacologica) più idonea al caso specifico.

Un pensiero riguardo “Se l’amore non basta: la depressione post-partum

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