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Il CISMAI (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia) ha definito la violenza assistita intrafamiliare “il fare esperienza da parte del bambino di qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica (percosse con mani od oggetti, impedire di mangiare, bere e dormire, segregare in casa o chiudere fuori casa, impedire l’assistenza e le cure in caso di malattia), violenza verbale, psicologica (svalutare, insultare, isolare dalle relazioni parentali ed amicali, minacciare di picchiare, di abbandonare, di uccidere, di suicidarsi o fare stragi), violenza sessuale (stuprare ed abusare sessualmente) e violenza economica (impedire di lavorare, sfruttare economicamente, impedire l’accesso alle risorse economiche, far indebitare) compiuta su figure di riferimento o su altre figure significative, adulte o minori”; precisa inoltre che “di tale violenza il bambino può fare esperienza direttamente (quando essa avviene nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il minore è a conoscenza della violenza) e/o percependone gli effetti”.

Secondo l’ultima indagine condotta dal CISMAI sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in territorio italiano, fra i minori in carico ai Servizi Sociali per maltrattamento, circa il 19% ha subito violenza assistita. Gli ultimi dati Istat disponibili parlano inoltre di un incremento, fra il 2006 ed il 2014, della percentuale di casi di violenza intrafamigliare a cui i figli hanno assistito, dal 60,3% al 64,8%.

Fra le svariate forme di maltrattamento infantile, la violenza assistita appare tuttavia ancora poco riconosciuta nel suo essere causa di sofferenza nel bambino che ne è testimone e spettatore. Si tende generalmente a sottovalutarne l’entità, adducendo una presunta estraneità ed inconsapevolezza del minore che “è troppo piccolo per capire” o “dormiva nell’altra stanza, non si è accorto di nulla”. Eppure accade che i bambini attivino specifiche risposte emotive a fronte degli episodi di violenza che avvengono fra le mura domestiche, proprio perché agiti dalle figure di riferimento che essi si aspettano, al contrario, sappiano proteggerli dal pericolo o anche solo dalla minaccia di esso.

In tali circostanze il bambino si ritrova a dover affrontare una condizione evolutiva paradossale: la naturale propensione all’attaccamento lo porta a ricercare la vicinanza e la prossimità al genitore, che allo stesso tempo, però, è anche la persona che incute paura, ansia, rabbia, sfiducia. Questo accade sia nei confronti della figura maltrattante, percepita come spaventante e pericolosa, sia nei confronti del genitore vittima di violenza, che agli occhi del bambino diventa inaffidabile oltre che lei stessa bisognosa di accudimento e tutela e dunque, con tutta probabilità, incapace di prendersi adeguatamente cura dell’integrità fisica ed emotiva di un altro individuo.

All’interno di ambienti domestici violenti il bambino si troverà pertanto a fare costantemente i conti con l’angoscia di essere rifiutato e abbandonato, sostanziata da un’immagine di sé come non degno di amore ed accudimento ed una rappresentazione dell’altro come inaffidabile e poco, o per nulla, affettivamente ed emotivamente accessibile. Se a questo si aggiunge il fatto che spesso il piccolo vittima di violenza assistita tenda ad identificarsi come responsabile del conflitto genitoriale, si rende ancora più evidente come nella sua mente venga meno l’aspettativa di essere accolto e di trovare qualcuno pronto a confortarlo e proteggerlo in caso di necessità. Ne consegue una compromissione delle tappe evolutive verso la conquista di un’adeguata autonomia psichica e l’insorgere di disturbi emotivi, relazionali e comportamentali a svariati livelli.

E’ tuttavia altrettanto indubbio che nelle sue prime fasi di sviluppo, l’essere umano è filogeneticamente portato a stabilire e mantenere un legame di attaccamento con l’adulto di riferimento al fine di garantirsi la sopravvivenza, sia fisica che psicologica: per questo i bambini difficilmente riusciranno a riconoscere (né tantomeno a segnalare, se non per lo più in via indiretta) gli effetti traumatizzanti dell’inadeguatezza genitoriale. Non solo, ma faranno anche di tutto per evitarne la perdita e l’allontanamento, arrivando a sviluppare meccanismi e strategie emotive, cognitive ed interpersonali che, per quanto dannose e disfunzionali, permettano loro di adattarsi al funzionamento del genitore e di tenere quest’ultimo il più possibile vicino a sé: potranno quindi mettere frequentemente in atto comportamenti imprudenti nel tentativo di attivarne l’accudimento e la spinta protettiva, inibire la manifestazione di emozioni negative per evitare ulteriori conflitti e preoccupazioni nella vita di genitori già fin troppo affaticati, premurarsi di proteggere e sostenere il genitore vittima di violenza, e così via. Le rappresentazioni di sè e dell’altro si struttureranno dunque sulla base di meccanismi distorti che, reiterandosi ed irrigidendosi nel tempo, porteranno all’emergere, e spesso al permanere, di una lettura tutt’altro che rassicurante del mondo relazionale.

A conferma di ciò, si stima che l’aver subito episodi di violenza assistita nel corso dell’infanzia correli, in età adulta, con l’insorgere di problematiche psicologiche croniche, quali ad esempio abuso di sostanze, depressione, bassa autostima, somatizzazioni, sintomi dissociativi. Rilevazioni Istat dimostrano peraltro l’esistenza di un circolo drammatico e maladattivo di trasmissione intergenerazionale della violenza, tale per cui i bambini che sono cresciuti all’interno di rapporti coniugali fra i genitori altamente conflittuali hanno maggiore probabilità in età matura di perpetrarla e/o subirla all’interno della propria relazione di coppia.

Al fine di interrompere questa preoccupante catena di disagio e sofferenza, la presa in carico terapeutica dei nuclei attraversati da dinamiche conflittuali cui i minori vengono ripetutamente esposti interviene sui meccanismi disfunzionali della relazione genitore-bambino, favorendo un maggiore riconoscimento ed una maggiore sintonizzazione con i bisogni del piccolo, oltre a riparare le aree di fatica e malessere che l’adulto non protettivo ha a sua volta ereditato dal proprio passato e che gli impediscono di assumere un adeguato ruolo genitoriale, se necessario integrando l’intervento diadico e/o famigliare con percorsi di sostegno individuale.

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