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Cosa guida gli individui nella scelta del partner? L’innamoramento e la decisione di investire o meno in una relazione di coppia avvengono in maniera casuale o sono guidati da meccanismi specifici e ricorrenti? E dove affondano le loro radici questi meccanismi?

La teoria dell’attaccamento, elaborata dallo psichiatra inglese John Bowlby negli anni Sessanta, viene in aiuto nel rispondere a tali quesiti. Secondo questo studioso, infatti, fin dalla nascita l’individuo è guidato dal bisogno di instaurare e mantenere un rapporto di vicinanza alla figura di accudimento preferenziale (nella nostra cultura, tendenzialmente, la madre), presso cui ricerca protezione e rifugio emotivo, sperimentando un senso di ansia e pericolo quando essa viene percepita come distante e non disponibile.

Bowlby ritiene quindi che la qualità del legame di attaccamento si fondi su istanze affettive ed emotive, e non solo di sopravvivenza puramente fisica, come teorizzato fino a quel momento dal pensiero psicoanalitico dell’epoca: l’individuo sviluppa pertanto un legame di attaccamento sicuro o insicuro a seconda che percepisca o meno l’adulto significativo come accessibile e disponibile nel fornirgli conforto e rassicurazione nei momenti di stress. Sperimentare la figura di attaccamento come una base sicura permette al bambino di ingaggiare e inoltrarsi nell’esplorazione dell’ambiente esterno in maniera adeguata, sostenuto dalla convinzione di poter fare ritorno alla sua fonte di sicurezza qualora ne avesse bisogno, oltre che di esprimere, comprendere e strutturare il proprio mondo emotivo in maniera coerente.

Sperimentare relazioni affettive insicure comporterà invece l’emergere di: strategie evitanti nella gestione delle proprie emozioni, connotate dall’inibizione di queste ultime e finalizzate a preservare la vicinanza di una figura materna vissuta come rifiutante o poco propensa a rispecchiare ed accogliere i vissuti negativi; piuttosto che strategie di tipo ambivalente, connotate da rabbia e ansia da separazione, a fronte di una figura attaccamento instabile ed altalenante nel fornire risposte sintonizzate e coerenti ai bisogni espressi dal bambino.

All’interno del legame di attaccamento, inoltre, l’individuo costruisce dentro di sé quelli che Bowlby chiama modelli operativi interni (MOI), ossia degli schemi relativi all’immagine di sé (come degno o non degno di amore e protezione), dell’altro (come sensibile e sintonizzato sui suoi bisogni e sulle sue emozioni piuttosto che spaventato e rifiutante nei confronti di questi ultimi) e del funzionamento della relazione, schemi che lo guideranno anche nei suoi rapporti significativi futuri. Spinti dall’intrinseca ricerca di familiarità e ricorrenza, infatti, gli individui tendono a percepire come più gradevoli e attraenti le persone che richiamano il loro passato, cioè che attivano e confermano gli schemi che già possiedono, rafforzandoli ulteriormente. Gli studi effettuati da Hazan e Shever (1987; 1992) confermano l’idea di una forte correlazione fra lo stile di attaccamento sviluppato all’interno delle relazioni primarie ed il funzionamento di coppia in età adulta. Pur ammettendo un certo margine di variazione dall’attaccamento infantile a quello adulto, dettato da altre variabili interpersonali ed eventi di vita, la qualità del legame di attaccamento tenderà pertanto a preservarsi nel corso del ciclo di vita. Tutti gli esseri umani, infatti, sperimentano nel corso della loro esistenza il bisogno di costruire legami all’interno dei quali, ognuno in maniera diversa a seconda dei propri bisogni e del proprio funzionamento, sentirsi al sicuro. Vediamo in che modo.

Individui con attaccamento sicuro sono portati a ricercare e vivere relazioni all’interno delle quali percepiscono sè stessi e l’altro come amabili, degni di fiducia, aiuto e sostegno reciproco, oltre a riuscire ad affrontare più facilmente i cambiamenti e le fluttuazioni all’interno della vita di coppia, ad accettare i momenti di distacco ed a trovare una risoluzione positiva ai conflittiIl funzionamento di tipo evitante/distanziante  si accompagna invece ad una certa paura dell’intimità, a sentimenti di rifiuto e rinuncia, a vissuti di solitudine, al tentativo di evitare in tutti i modi le discussioni. Infine, l’attaccamento ambivalente/preoccupato si distingue per vissuti e comportamenti di tipo controllanti, autoritari e talvolta ossessivi nei confronti della relazione e del partner, sentimenti di forte gelosia, dipendenza e sensi di colpa, bisogno di eccessiva vicinanza, sentimenti altalenanti e contrastanti verso sé stessi, l’altro e la relazione.

Pertanto, come si evince anche da una ricerca di Fisher e Crandell (2001), i quali hanno esplorato i possibili incastri nell’attaccamento di coppia, relazioni fondate su un attaccamento di tipo sicuro si sviluppano quando entrambi i partner assolvono in maniera complementare e reciproca ai ruoli di accudimento, esprimono apertamente e liberamente il bisogno di conforto e contatto, instaurando un equilibrio fra le proprie rispettive istanze. Individui classificabili come sicuri tenderanno a legarsi a partner a loro volta sicuri ma, essendo dotati di una buona base di autonomia e sicurezza, sono anche in grado di sostenere un legame con soggetti dotati di bassi livelli di insicurezza, i quali in tal caso possono sperimentare esperienze di attaccamento potenzialmente trasformative.
Un funzionamento di tipo distanziante trova invece conferma alle proprie rappresentazioni interne in un partner a sua volta evitante, poco disponibile e poco pronto a cogliere i suoi bisogni e fornirvi risposte adeguate, ma anche in individui con attaccamento ambivalente, le cui eccessive richieste e manifestazioni di dipendenza rinforzano la sua idea di vicinanza emotiva come qualcosa di pericoloso e lesivo per sé stessi e per la relazione. Parallelamente l’evitante fornisce al partner ambivalente la conferma ai suoi vissuti ed alle sue costanti paure di abbandono e deprivazione.
Infine, legami fra individui ambivalenti, in cui entrambi reclamano con forza il soddisfacimento dei propri bisogni, spesso a scapito di quelli dell’altro, ricalcano per entrambi la lo schema del sé come non degno di accudimento e quello dell’altro come non disponibile e non accogliente.

Spesso la richiesta di un percorso terapeutico di coppia scaturisce nel momento in cui i rispettivi schemi dei partner, ed i conseguenti cicli di interazione negativa, si sono irrigiditi al punto da generare una situazione conflittuale insostenibile e livelli di sofferenza elevati. Una terapia di coppia può aiutare a disvelare i bisogni emotivi e di attaccamento sottostanti ai pattern relazionali in atto, promuovendo un’interazione reciproca più flessibile ed una comunicazione più funzionale ed adattiva fra le parti.

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