Scorrendo le pagine dei social, può capitare di incontrare frasi come: “non lasciare che la tua mente bullizzi il tuo corpo”, “guarda il lato positivo!”, “la felicità è una scelta, scegli di essere felice!”. Queste frasi hanno l’obiettivo di aiutare le persone che stanno vivendo un momento difficile per incoraggiarle a cambiare la loro prospettiva e sentirsi meglio. Tuttavia, specialmente nei casi in cui la sofferenza affonda le radici in insicurezze e critiche che le persone muovono verso se stessi, leggere o sentire queste frasi dalle persone che ci stanno attorno difficilmente riescono a farci sentire meglio perché, a prescindere a quanto sembrino sensate e realistiche (“di cosa ti lamenti? in fondo hai tante cose bellissime nella tua vita”, “guarda quanto sei di successo e cosa hai realizzato”, “Come fai a non vedere che sei bellissima?”) non riescono a scalfire la superficie delle nostre convinzioni. 

L’idea che si possa essere felici o lasciar andare le proprie insicurezze semplicemente scegliendo di farlo è un approccio al benessere mentale vede le sue origini nella “psicologia positiva” (Maslow, 1954) con l’obiettivo di concentrare l’interesse della ricerca psicologica non solo sugli aspetti negativi, come i disturbi e le psicopatologie, ma anche sulle aspirazioni, sulle potenzialità e sul raggiungimento di obiettivi positivi. Oltre mezzo secolo più tardi, l’adattamento della psicologia positiva ai tempi dei social network ha facilitato la sua diffusione nella cultura popolare e la sua integrazione in diversi contesti sociali e lavorativi (alcuni esempi di Eidelson, 2011; Desmond, 2016). Tuttavia, per adattarsi a un formato più accessibile, la psicologia positiva ha assunto un tono differente, un messaggio più semplicistico rispetto alle sue origini basato sul “pensiero positivo”. Anche se i presupposti sono simili ed entrambi gli approcci si basano sul concetto che pensare positivamente porti a conseguenze positive, una fondamentale differenza distingue questi due approcci. Lo scopo della psicologia positiva è descrittivo e non normativo. Ciò significa che l’obiettivo non è di dire alle persone di essere ottimiste, ma solo di descrivere gli effetti portati da un pensiero ottimistico (Seligman, 2002). Diversamente, il pensiero positivo si pone come un distillato che ha l’obiettivo di istruire le persone a “pensare positivo”, rischiando di trasmettere, invece, il messaggio che essere ottimisti sia un obbligo.

Nonostante pensare positivo e concentrarsi sulle risorse possa aiutare alcune persone a cambiare prospettiva e aiutarli a superare momenti di difficoltà, l’esortazione a scegliere di pensare positivo si pone come uno standard da raggiungere, legato al fatto che essendo una cosa che si può raggiungere in autonomia, non riuscire a raggiungerlo significa non riuscire a ottenere un risultato che chiunque altro riuscirebbe a raggiungere e alimentare sentimenti di fallimento e colpa per non essere “abbastanza felici” o “abbastanza sereni”. 

Per meglio comprendere in che modo proporre un approccio “positivo” possa essere dannoso può essere utile il concetto della “seconda freccia” (Confalonieri, 1995). Questa espressione deriva da una metafora della tradizione buddhista per cui un uomo che soffre per qualcosa che gli è accaduto è simile a un uomo colpito da una freccia. Gli esseri umani sono programmati per cercare spiegazioni agli eventi che gli accadono. Spesso, quando succedono eventi negativi , alcune persone si focalizzano sulle proprie responsabilità, anche quando queste non sono che un anello della catena di eventi che ha portato a un evento negativo. Frasi come “qualcosa non va in me”, “è colpa mia”, “sono un fallimento”, “non sono abbastanza bravo” finiscono per restare incastrate nella nostra testa e provocare sofferenza aggiuntiva che finisce per ferire come se fossimo colpiti da una seconda freccia. Mentre la prima freccia è la sofferenza, la seconda è il peso della nostra reazione ad essa. Messaggi di questo tipo, specialmente se presentati in modo semplicistico, rischiano di fare più danni che benefici. Il rischio è che situazioni complesse vengano ridotte a semplici scelte in cui stare bene sembri facile come accendere o spegnere la luce, mentre così non è.

Questo fenomeno, definito come la “tirannia dell’attitudine positiva” dalla professoressa Barbara Held del Bowdoin College (2004). All’interno della nostra cultura c’è poca tolleranza per coloro che non “sorridono” e non “guardano il lato positivo” di fronte alle avversità. Anche di fronte a gravi perdite o sofferenze, ci si aspetta che le persone superino la loro sofferenza in settimane, se non meno. Questo perché la sofferenza non viene accolta come legittima e, conseguentemente, viene colpevolizzata la scarsa “gratitudine” per ciò che di positivo c’è nella nostra vita. Delle due frecce sopra descritte, spesso, è la seconda che fa più danni.

Di conseguenza, per gli individui che percepiscono le emozioni come facilmente influenzabili e modificabili, provare emozioni negative può indurre sensi di colpa legati alla responsabilità per come essi si sentono (Kneeland et. al, 2016). Questo effetto ha un peso ancora maggiore quando si ha a che fare con le aspettative altrui (Bastian et al., 2012). In altre parole, quando gli individui sentono che gli altri si aspettino da loro che non sopportino le emozioni negative, finiscono per provarne di più. Ciò può accadere specialmente per quelle persone che, a causa del loro ruolo o dell’immagine che presentiamo solitamente a chi gli sta intorno, si presentano come sempre allegri, positivi e resilienti. Quando persone che hanno, magari non per loro scelta, questo ruolo in un gruppo o in una relazione, si trovano ad affrontare eventi negativi che inducono emozioni negative, possono sentire il peso di dover rispettare quelle aspettative e di dover mantenere il loro ruolo di persone forti, allegre e affidabili.

Le persone che, a causa del loro lavoro, specialmente se di successo, o di loro abilità e talenti, sono esposti al giudizio degli altri hanno un rischio particolare di soffrire del peso di queste aspettative. Il successo, infatti, porta con sé un grande carico di responsabilità. Alcune persone particolarmente sensibili all’impatto del giudizio altrui possono vivere ogni loro successo come un vincolo che “alza l’asticella” del loro lavoro: “se oggi sono riuscito a essere così bravo, domani dovrò essere almeno allo stesso livello”. Allo stesso modo, la loro valutazione dei feedback che ricevono da chi hanno intorno avrà un peso variabile in base al fatto che essa sia positiva o negativa: se nel valutare il mio lavoro mi vengono presentati numerosi aspetti positivi legati alla mia performance, ma alcuni aspetti negativi, la mia attenzione sarà rivolta solo verso i commenti negativi che rinforzeranno la mia credenza secondo cui “mi dicono che sono bravo, ma in realtà non è vero; se fossi davvero bravo avrei fatto tutto perfettamente/piacerei a tutti”.

Ma come mai è così difficile abbandonare le nostre percezioni negative e accogliere i feedback positivi dagli altri? In realtà, la ricerca mostra come la percezione negativa di noi abbia lo scopo di migliorare le nostre possibilità di raggiungere i nostri obiettivi. Forzare persone a ripetersi frasi positive come “sono una persona amabile” può alimentare la loro insicurezza (Wood, 2009). Ugualmente, quando si cerca di raggiungere un obiettivo, “visualizzare il successo”, in determinate condizioni, può rendere le persone meno in grado di raggiungere quel risultato (Oettingen, 2017). Quando le persone riconoscono e gestiscono (non reprimono) le emozioni negative legate a eventi o condizioni spiacevoli che stanno affrontando gli stati negativi li aiutano ad adattare il loro comportamento e a mettere in campo risposte appropriate che migliorano, globalmente il loro benessere psicologico (Coifman et al., 2016).

In conclusione, stare bene con se stessi non sempre è la soluzione per superare i problemi. Nonostante essere più “felici” o “sereni” con noi stessi sia un desiderio auspicabile, non sempre concentrare i propri sforzi nel modificare la propria percezione porta a risultati migliori. Essere tristi, spaventati o preoccupati sono parti integrante di “noi stessi” e sono vissuti spontanei che hanno uno scopo, per quanto non piacevole. Incoraggiare gli altri a “provare” altre emozioni o “sentirsi diversamente” e guardare il “lato positivo” ha un costo, specialmente quando diventa una richiesta dall’esterno e produce un alto standard da mantenere. Pensate di avere davanti a voi il cruscotto della vostra auto con una o due spie di allarme accese. Per amor di metafora, consideriamo le emozioni e le percezioni, soprattutto quelle spiacevoli, come spie che segnalano che c’è qualcosa che non va. L’approccio aprioristico del pensiero positivo a prescindere dal contesto, in questa similitudine, equivarrebbe alla scelta di guardare il paesaggio invece che il cruscotto, che in fondo è più piacevole, tanto che, in fondo, non c’è bisogno di lamentarsi.

Riferimenti bibliografici

Bastian, B., Kuppens, P., Hornsey, M. J., Park, J., Koval, P., & Uchida, Y. (2012). Feeling bad about being sad: The role of social expectancies in amplifying negative mood. Emotion, 12(1), 69.

Coifman, K. G., Flynn, J. J., & Pinto, L. A. (2016). When context matters: Negative emotions predict psychological health and adjustment. Motivation and Emotion, 40(4), 602-624.

Confalonieri, P. (1995). La saggezza che libera: la pratica della meditazione nei discorsi del Buddha. Mondadori.

Desmons, B. (2016). https://positivepsychology.com/positive-psychology-workplace-labor-of-love/

Eidelson, R. (2011). https://www.psychologytoday.com/intl/blog/dangerous-ideas/201103/the-dark-side-comprehensive-soldier-fitness

Held, B. S. (2004). The negative side of positive psychology. Journal of humanistic psychology, 44(1), 9-46.

Kneeland, E. T., Nolen-Hoeksema, S., Dovidio, J. F., & Gruber, J. (2016). Beliefs about emotion’s malleability influence state emotion regulation. Motivation and Emotion, 40(5), 740-749.

Maslow, A. H. (2010). Motivazione e personalità. Armando editore.

Oettingen G. (2017), Io non penso positivo, Tlon

Seligman, M. E. (2002). Positive psychology, positive prevention, and positive therapy. Handbook of positive psychology, 2(2002), 3-12.

Wood, J. V., Elaine Perunovic, W. Q., & Lee, J. W. (2009). Positive self-statements: Power for some, peril for others. Psychological Science, 20(7), 860-866.

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